Come eravamo

come eravamo

C’era un tempo in cui Serrazzeta Fontanelle era un intreccio di terra, voci e lavoro condiviso. Le Masserie segnavano il ritmo della vita quotidiana: grandi corti di pietra chiara, stalle aperte sull’aia, il profumo del fieno che si mescolava a quello del pane appena sfornato Attorno, il quartiere era un mosaico di sentieri battuti, orti familiari e fonti sorgive. Le famiglie vivevano con le porte socchiuse, come a dire che nessuno era davvero estraneo. I bambini correvano tra i filari, gli anziani sedevano all’ombra dei muri spessi raccontando storie di stagioni buone e stagioni dure.Serrazzeta Fontanelle era un luogo semplice ma pieno di vita un microcosmo rurale dove il tempo sembrava scorrere più lento, e dove ogni gesto – dalla raccolta dell’acqua alle feste di vicinato – diventava un rito di comunità. Le Masserie non erano solo edifici, ma il cuore pulsante di un modo di vivere fatto di solidarietà, fatica condivisa e un profondo senso di appartenenza.

Chiesa di S. Alfredo

La Chiesa di S. Alfredo si trova in una zona storicamente caratterizzata dalla presenza di
diverse famiglie locali, tra cui la famiglia DE FILIPPO, detta “MUZZICHILLO”, e la famiglia
PINTO, detta “MASANO”.
La Chiesa, dedicata a Sant’Alfredo, fu costruita in onore del vescovo Vozza della diocesi
di Sarno e Cava, su un terreno donato dalla famiglia De Filippo agli inizi degli anni ’60, in
segno di profonda devozione ai valori cristiani. I lavori furono completati nel 1967. La
prima celebrazione liturgica si tenne nello stesso anno e fu officiata da Don Francesco
Della Corte, al quale, nel 1955, il poeta sarnese Giovanni d’Angelo aveva dedicato una
poesia.
Di fronte alla chiesa, lungo la Strada Provinciale, si trova la vecchia casa della famiglia
“Muzzichillo”, risalente al 1926 e acquistata nel 1931 da Sabato De Filippo, a seguito del
dissesto economico del precedente proprietario.
Procedendo verso est rispetto alla chiesa, si incontra l’antica Via Saltimatti, oggi
rinominata “Via Damiano Mancuso”, in onore dell’imprenditore Damiano Mancuso,
commendatore e cavaliere della Repubblica Italiana, che con la sua attività industriale
diede lustro alla Città di Sarno. All’inizio di questa strada si trova la casa della famiglia
Dolgetta, della “i Zoccolari”, un tempo parte di una masseria le cui abitazioni erano adibite
a concerie di pelli. Tali attività rimasero in funzione fino alla Prima Guerra Mondiale. Nella
stessa area, accanto alla Fabbrica Mancuso, oggi non più attiva, era presente anche una
distilleria, acquisita negli anni ’50 dalla stessa famiglia Mancuso e successivamente
riconvertita ad altra attività produttiva.
Spostandoci lungo la Strada Provinciale, in direzione sud-ovest, troviamo la Traversa
Masano, dove risiede la famiglia Pinto, detta “i MASANO”. In questa zona è presente una
masseria storica che i “Masano” condividono anche con altre famiglie, tra cui i Monteleone
(“MARCHESINI”) e i Santamaria (“CHIANCAROZZO”).
La masseria principale dei “Masano” presenta una forma rettangolare, con un ampio
cortile centrale, anch’esso rettangolare, attorno al quale si sviluppano due corpi di
fabbrica: uno disposto a sud e l’altro a nord.
Gli edifici si articolano su due livelli: piano terra e primo piano, con scale di accesso e
servizi igienici esterni.
Le parti più antiche della struttura risalgono a un periodo precedente al 1850.
In origine, la masseria era dotata di un unico forno situato all’interno di un terraneo, con un
focolare posto in un angolo. Con l’ampliarsi dei nuclei familiari furono realizzati nuovi
ambienti e ciascuna famiglia costruì un proprio forno, mentre il pozzo, utilizzato per
l’approvvigionamento idrico domestico, rimase sempre lo stesso pozzo.
Le abitazioni più antiche presentavano all’esterno, addossati alle murature, dei pagliai
realizzati con pali di castagno, ricoperti da stocchi di mais e paglia di germano (segale).
Quest’ultima veniva acquistata a Bracigliano ed era utilizzata sia per la copertura delle
case rurali sia per legare le piante di pomodoro San Marzano alle canne, a loro volta
fissate a paletti di castagno infissi nel terreno.
Le principali coltivazioni della zona erano rappresentate dal pomodoro e da altri ortaggi,
destinati sia al consumo familiare, sia alla vendita nei mercati di Salerno e Nola.
Comitato di Quartiere “Serrazzeta – Fontanelle”

Comitato Cittadino di Quartiere
“Serrazzeta – Fontanelle OdV”

Nell’area circostante si ricorda inoltre la presenza della Masseria Lanzara, oggi
completamente ricostruita.

Masseria Perenella

La masseria prende il nome dalla famiglia ORZA, detta “PERNELLA”, i cui eredi – moglie
e figli di GUGLIELMO e’ PERNELLA – vi risiedono ancora oggi.
I PERNELLA erano commercianti di grano e granoturco, e proprio per questa attività erano
soprannominati “VATECARI”. I prodotti acquistati venivano rivenduti come granaglie
oppure trasformati in farina.
Nel tempo, la masseria si è poi ampliata con la venuta di alcune famiglie contadine, tra cui
i CIAMBRETELLA (fam. Squitieri), i ZOCCOLARI (fam. Baselice), O’ CHIARARO (fam.
Corrado).
Le costruzioni presenti all’interno della masseria rappresentano un complesso abitativo
tipologicamente ben definito: il corpo di fabbrica, solitamente articolato su due livelli,
conteneva diversi vani; il prospetto principale era caratterizzato da una serie di archi sui
quali si impostava un loggiato affacciato sull’aia. A un’estremità del loggiato si trovava il
servizio igienico, costituito da un piccolo vano esterno dotato di latrina alla turca, con foro
centrale collegato tramite, tubazioni in terracotta, ad una vasca sottostante di raccolta.
Tale vasca veniva periodicamente svuotata e i liquami venivano usati come concime
organico naturale per le colture stagionali.
L’aia della masseria era in parte sopraelevata rispetto al piano di campagna per consentire
ai contadini di stendere e far asciugare i prodotti agricoli. Su uno dei lati era presente il
pozzo dal quale tutti gli abitanti della masseria attingevano l’acqua potabile per gli usi
domestici.
Ogni abitazione disponeva di un forno per il pane. Spesso, al di sotto del piano di cottura
del forno, posto mediamente a circa 1,20 mt. da terra, veniva allevato un maiale; tale
spazio era chiuso da una porticina in legno. In alcuni casi, accanto al forno veniva ricavato

anche un piccolo spazio per un vitello, dotato di mangiatoia e di un anello in ferro fissato al
muro al quale veniva legato il vitello.
Quando gli animali dovevano essere spostati per la riproduzione o per il macello, veniva
chiamato il signor LIZIERO O’ STAGLIERO, che disponeva di una carretta (Traino)
appositamente attrezzata con una cesta chiusa, posta ad un livello più basso rispetto al
pianale, che agevolava la salita degli animali da trasportare. Il carro veniva trainato da un
asino o da un mulo.

Masseria Scialone

La masseria Scialone è ubicata in fondo a una stradina che si diparte da una curva di via
Fontanelle al civico n. __.
In origine era composta da pochi fabbricati disposti sui lati nord e sud, con un cortile
centrale e un canale laterale in cui scorreva l’acqua utilizzata per irrigare i campi.
Già prima della guerra del 1945, l’aia veniva utilizzata per lo svolgimento delle attività
agricole, tra cui “scugnare e fasule cu vivilo”, ma costituiva anche un luogo di
aggregazione, dove le persone di riunivano per raccontarsi gli avvenimenti della giornata o
storie del passato, come facevano gli anziani con i nipoti…
I fabbricati più antichi, posti sul lato nord, erano costituiti da vani al piano terra, dai quali,
tramite scale interne, si accedeva alle camere sovrastanti; lungo le scale era presente un
semplice gabinetto. Inoltre, vi era e vi è tuttora, un forno di proprietà, utilizzato anche da
altre famiglie per la panificazione. Nello spazio sottostante al piano di cottura del forno, il
proprietario allevava piccoli animali, come maiali o galline, destinati al consumo familiare.
L’altro vecchio fabbricato, posto sul lato sud, era composto da una stalla, un forno e
alcune stanze al primo piano, accessibili tramite una scala esterna. I servizi igienici erano
estremamente essenziali: si trattava di un piccolo vano situato nel cortile, dotato
lateralmente di una finestrella posta in alto, privo di porta e chiuso semplicemente da un
telo di sacco.
Accanto all’aia era presente anche un pozzo, la cui acqua, però, non era potabile e quindi
non veniva utilizzata. Per tale motivo, le persone si recavano presso una sorgente situata
a breve distanza. L’acqua, leggera e limpida, veniva utilizzata sia per lavare le verdure sia
per il bucato, che veniva effettuato più a valle, nel canale che poi confluiva nel fiume S.
Marino.
Le famiglie residenti erano prevalentemente contadine e coltivavano pomodori per il
consumo fresco, granoturco e grano per la produzione del pane, patate e canapa.
Comitato di Quartiere “Serrazzeta – Fontanelle”

Comitato Cittadino di Quartiere
“Serrazzeta – Fontanelle OdV”

Quest’ultima era utilizzata sia per legare i fasci di finocchi sia per ottenere la fibra
destinata alle fabbriche tessili.
Il grano raccolto nelle campagne veniva trasportato, dopo alcuni giorni, con la carretta
presso “o Mannese” (famiglia Nappo), dove veniva trebbiato per separare la paglia dai
chicchi di grano. Questi ultimi venivano poi portati ai mulini di Piazza Mercato a Sarno o a
quelli di Casatori per essere macinati e trasformati in farina. La conservazione della farina
nelle abitazioni richiedeva particolare attenzione, poiché vi era il rischio di furti.
Oggi la masseria, in parte ristrutturata, ha perso alcune sue caratteristiche originarie: le
vecchie stalle sono state riconvertite in locali destinati al ricovero delle macchine e degli
attrezzi utilizzati per la coltivazione dei campi.
Attualmente la masseria è abitata da oltre 30 persone appartenenti alla famiglia Sibilio,
detta “Scialone”, nonché ad altre famiglie, tra cui gli Squillante (“Raffaele e’ Fruscio”), e i
Marmo (“Aniello o’ fermier di Nocera”).

Masseria N’Fiern

La masseria N’Fiern, in origine, era abitata dalle famiglie FENEL (famiglia Polichetti),
PICCULIN (famiglia Celentano) e N’FIERN (famiglia Odierna).
Successivamente il complesso si ampliò con l’insediamento delle famiglie BABS (famiglia
Esposito) e dei PASCARIELLO (famiglia Pappacena), le quali acquistarono terreni limitrofi
e realizzarono nuovi fabbricati.
La masseria costituisce un complesso abitativo tipologicamente ben definito: le case,
disposte intorno ad una area centrale (aia), si sviluppano generalmente su due livelli e
sono costituite da numerosi vani.
All’esterno, il prospetto principale è costituito da archi sui quali si imposta un loggiato
affacciato sull’aia, sul quale veniva collocato il servizio igienico, costituito da un piccolo
vano esterno dotato di un water alla turca, con un foro centrale collegato, tramite tubazioni
in terracotta, ad una vasca di raccolta sottostante.
Tale vasca veniva periodicamente svuotata e i liquami venivano riutilizzati come concime
organico naturale per le colture della stagione.
L’aia della masseria risulta in parte sopraelevata rispetto al piano di campagna per
consentire ai contadini di depositare i prodotti della terra in un luogo asciutto.
Al centro all’aia è presente il pozzo dal quale gli abitanti attingevano l’acqua potabile per
gli usi domestici. Solo all’inizio degli anni Sessanta, durante l’amministrazione del sindaco
Michelangelo Capua, fu portata l’acqua dell’acquedotto comunale.
In origine era presente anche un forno comune, utilizzato per fare il pane, posto su un lato
dell’aia. In seguito, ciascuna famiglia costruì un proprio forno annesso all’abitazione,
spesso associato ad una piccola stalla per il ricovero degli animali (Asino, Mulo e Cavallo)
o per l’allevamento dei vitelli. Tali stalle erano dotate di una mangiatoia e di un anello in
ferro fissato alla parete, utilizzato per legare l’animale.
Quando gli animali dovevano essere spostati, per ingravidarli o portarli al macello, veniva
chiamato O’ STAGLIERO, che disponeva di un carro (Traino) attrezzato appositamente
con una cesta chiusa, posta ad un livello più basso rispetto al pianale, che agevolava la
salita degli animali da trasportare. Il carro veniva trainato da un asino, un mulo o un
cavallo.
Le abitazioni più antiche erano composte da un piano terra, nel quale si trovavano il
focolare (camino), una tavola per i pasti e uno spazio destinato al ricovero dell’asino; e da
un soppalco, detto “n’tavolato”, di dimensioni ridotte rispetto al piano sottostante,
accessibile tramite una scala in legno, che veniva utilizzato sia come deposito della paglia
che come giaciglio per i contadini. Il soppalco era realizzato con legno di gelso, molto
resistente agli attacchi dei parassiti e molto diffuso nei campi, in quanto le sue foglie
venivano utilizzate per alimentare il baco da seta, localmente chiamato “AGNULILLO”.
Oltre all’allevamento del baco si coltivavano mais, grano e ortaggi vari; i prodotti di tali
colture erano portati con le carrette ai mercati di Napoli, Salerno, Nola, S. Giuseppe
Vesuviano partendo di buon mattino o addirittura la sera precedente.

Masseria Timacia

La masseria è attraversata da via Fontanelle, che la divide in due parti.
Il primo nucleo di case coloniche comparve sul lato est, mentre il secondo fu edificato
successivamente.
I primi abitanti furono i fratelli Michele e Pasquale Albero.
Il capostipite Michele ebbe i figli Sabato, Alfonso, Salvatore, Anna, Domenica e Carmela;
Pasquale ebbe invece Aniello, Pina e Lucia.
Il signor Alfonso Albero, padre di Umberto, ancora vivente, emigrò in America nel 1905,
dove lavorò per 4 anni. Tornato in Italia, si sposò ed ebbe due figlie; successivamente
ripartì per l’America, dove rimase altri 3 anni, per poi rientrare definitivamente. Con i
risparmi accumulati costruì nuovi fabbricati sui terreni posti al di là della strada, di fronte
alle case originarie.
Il nonno Michele era contadino e coltivava tabacco, granoturco, patate, pomodoro e altri
ortaggi; svolgeva inoltre il ruolo di guardi contro il brigantaggio.
Tutti i componenti della famiglia affiancavano all’attività agricola il commercio dei lupini,
motivo per cui furono soprannominati “Lupinari”. Tale attività fu svolta dal 1933 fino al
secondo dopoguerra. I lupini venivano acquistati secchi, cotti e messi in ammollo per circa
una settimana, trascorsa la quale, venivano sciacquati nell’acqua di una sorgente (volla)
che alimentava un fontanile situato all’interno della masseria, sul lato est. I lupini venivano
poi trasportati con una carretta trainata da cavalli e venduti nei paesi vicini, come Nocera e
Roccapiemonte.
L’acqua del fontanile, attraverso un canale, defluiva fino al fiume Rio San Marino.
Poco distante si trovava un lavatoio, dove le donne sciacquavano la biancheria dopo
averla sottoposta alla “colata”, che consisteva nel disporre i panni sporchi in un recipiente,
il “cupiello”, coperti da un panno sul quale si versava l’acqua calda mescolata con la
cenere del focolare, formando la cosiddetta “liscivia”. I panni venivano poi risciacquati e
battuti su un’apposita pietra, spesso appoggiata su un treppiede di legno.
Comitato di Quartiere “Serrazzeta – Fontanelle”

Comitato Cittadino di Quartiere
“Serrazzeta – Fontanelle OdV”

Le abitazioni più antiche disponevano di una stanza al piano terra e una al piano
superiore, destinata al riposo. Essendo prive di servizi igienici, veniva utilizzato un
secchio, detto “cantaro”, che veniva svuotato ogni mattina in campagna.
La vita era povera e faticosa, ma le famiglie si aiutavano reciprocamente, condividendo il
lavoro nei campi e l’allevamento degli animali, custoditi nelle piccole stalle adiacenti alle
abitazioni.
Momenti di festa erano rappresentati dalla pesca di anguille e gamberetti sia nel fiume che
nei canali (“fuossi”), che venivano opportunamente prosciugati mediante la realizzazione
di piccole dighe trasversali in terra, dette “varre”, così da facilitare anche la cattura di trote
e spinarelli, (“scoppete”).

Masseria Accunsulillo

La Masseria Accunsulillo ha accesso da Via Fontanelle ed è composta da diversi fabbricati
che si affacciano su due cortili tuttora esistenti. Le costruzioni sono disposte secondo una
configurazione a U, con corpi di fabbrica sviluppati sia lateralmente sia lungo la parte
centrale, generalmente su due livelli e collegati da una scala esterna. I prospetti delle
abitazioni prospicienti i cortili sono caratterizzati dalla presenza di archi sui quali si imposta
un loggiato affacciato sull’aia, sul quale, in passato, era presente un piccolo vano adibito a
servizio igienico.
La masseria è abitata sin da prima del 1800 dalla famiglia Odierna, detta
“ACCUNSULILLO“, una famiglia di contadini originaria del Borgo di San Matteo, la
cosiddetta “Vecchia Sarno”, che annovera tra i propri componenti anche figure di rilievo
nell’amministrazione pubblica locale, tra cui un assessore.
Nella tradizione familiare si ricorda inoltre un episodio legato alla devozione per San
Giuseppe: secondo quanto raccontato da Andrea “Accunsulillo”, all’interno di un uovo con
due tuorli sarebbe apparso il nome del santo.
A testimonianza della devozione della famiglia Odierna, si conserva ancora oggi, su una
parete di un ambiente affacciato sul loggiato, un affresco raffigurante San Giuseppe, in
buono stato di conservazione.
Nel corso degli anni, la famiglia Odierna ha condiviso la masseria con altri nuclei familiari,
tra cui i “MINICARIELLO” (famiglia Adiletta), la cui antica abitazione è ubicata sul lato
sinistro all’ingresso della masseria, e la famiglia “A’ROSSA”, originaria proprietaria
dell’abitazione posta sul lato destro, all’ingresso della masseria, oggi appartenente a un
nuovo proprietario.
Nonostante gran parte dei fabbricati sia stata ristrutturata e siano state realizzate nuove
costruzioni, sono ancora presenti elementi originari di grande interesse, come il vecchio
forno, le aie in terra battuta leggermente sopraelevate rispetto al piano di campagna, il
“sedituro a corte” per il ricovero degli animali, e il vecchio pozzo comune utilizzato per
l’approvvigionamento idrico domestico. Quest’ultimo, secondo la tradizione locale, fu
realizzato con una struttura cilindrica in pietra di tartaro (travertino) e tufo, coperta
superiormente, dalla quale pendeva un argano in legno e ferro attorno al quale si
avvolgeva la fune collegata al secchio per attingere l’acqua.
Attualmente la masseria è abitata da oltre venti persone che continuano a lavorare i terreni
circostanti e che, sulle antiche aie, praticano la tradizionale “spugnatura” delle piante di
fagiolo secche, utilizzando una pertica di legno chiamata “vivillo”.